Social Media Policy

Ad ogni azione corrisponde una reazione.

Alla libertà di una comunicazione sociale, aggregativa e spontanea, si contrappone il tentativo di dirigere – nel senso di “dare una direzione prefissata” – la comunicazione stessa.

Ovvio e prevedibile, se il web 2.0 entra nelle aziende: qui l’informazione è una commodity e il controllo delle informazioni può generare valore aggiunto, vantaggio competitivo, strategie e tattiche.

La direzione viene allora indicata, in modo più o meno cogente, attraverso la social ( o blogging) media policy, insieme di regole che un individuo è tenuto a rispettare nell’utilizzo dei social network per conto o in nome di un’organizzazione.

Il terreno è minato, dal momento che sono labili i confini tra comunicazione individuale, istituzionale, sociale. Occorre ricercare una via nel brodo primordiale del web 2.0, lo spazio naturale dove il social incontra il business: l’università .

Secondo una ricerca della University of Massachussets Dartmouth il 44% dei college americani si è dotato di una blogging media policy nel 2010, a fronte del 32% dell’anno precedente.

Tra i college, spicca la social media freedom di Harvard, “culla” di Facebook: poche sintetiche indicazioni, che riguardano prevalentemente il rispetto del diritto d’autore e della privacy sui blog, in un contesto di spensierata anarchia, in cui, ad esempio, i blog dei docenti possono avere o non avere le insegne ufficiali, a discrezione dei docenti stessi.
Di più: la stessa piattaforma di sviluppo della zine ufficiale, la Harvard Gazette, è WordPress, i feed sono il primo strumento di interazione con la community, si incentiva l’uso dell’opengraph a tutti i livelli e si monitora l’engagement attraverso strumenti no cost (google analytics). Insomma, Harvard comunica e interagisce nelle medesime modalità del più dilettante blogger del mondo: il messaggio è chiaro, la politica è vincente, i (pochi) limiti pure.

Di contro, Princeton, istituto tradizionalmente conservatore, adotta una social media policy organica ed integrata per blog, fb, tw, yt, limitandosi tuttavia a consigliare, non ad imporre (né a controllare) determinati format o contenuti di comunicazione istituzionale. Anche Princeton è per la social media freedom.

Questo atteggiamento viene puntualmente premiato dagli users: nella classifica dei 100 college più social, Harvard occupa la seconda posizione, Princeton la sedicesima. Entrambe, insieme a Yale, sono quindi molto apprezzate dagli studenti.

Poi… ci sono i cattivi: da una lista di 15 college che attuano restrizioni di varia natura al social, spicca il New Jersey Insitute of Technology, che si è dotato di un sw, Udiligent, addirittura repressivo. Udiligent e monitora il contenuto di tutti i topic e post degli iscritti all’istituto, andando a restituire un warning agli amministratori in caso di discussioni ritenute lesive o pericolose per il college, esponendo gli autori delle conversazioni ad un articolato sistema di sanzioni.

Il New Jersey Insitute of Technology, e con esso gli altri 14 della lista, sono fuori dalla top 100 social.
I grandi college non hanno paura del social, i piccoli sì: i grandi diventeranno sempre più grandi, i piccoli resteranno sempre piccoli.
E le aziende cosa fanno ?

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