Perchè le fiere virtuali non decollano in Italia, ma altrove si?

Prendo spunto dalla chiacchierata con Damiano Valente, organizzatore della Fiera Virtuale del Franchising online da martedì 18 gennaio, dal quale apprendo di notevoli difficoltà incontrate per organizzare questo tipo di evento in Italia. Contrariamente ad aziende più web-oriented come Monster, che infatti organizza career events virtuali di grande successo, le aziende italiane non sembrano credere molto nella convenienza di partecipare ad eventi in forma ibrida, ovvero capaci di integrare virtualità con interazione real time.

Nel recente passato l’esperienza delle fiere virtuali non è stata di successo, anzi piuttosto fallimentare direi. Ma adesso abbiamo strumenti migliori, come Imaste, che consentono una esperienza completa senza dover padroneggiare nessun software.

Oggi, al contrario del passato, nessuno sogna di sostituire la virtualità alla realtà, infatti si parla di eventi “ibridi”, dove virtualità e forma reale sono complementari. Ecco alcuni vantaggi della forma virtuale:

– Si può estendere nel tempo la vita di una esposizione fisica, risparmiando sui costi immobiliari;
– Si possono raggiungere più visitatori, specie dall’estero, facendo guadagnare agli espositori visibilità a livello più ampio di quello strettamente locale o nazionale;
– La maggior parte delle persone che vi partecipano all’estero trovano che sia un ottimo strumento di lead generation.

Guarda la demo con l’esempio di Monster:

Imaste

Se nell’ultimo anno questo strumento sembra avere guadagnato un grande successo all’estero, perchè da noi non è così?

Il costo dello stand virtuale viene percepito come troppo alto? Ci si aspetta che sul web la spesa debba necessariamente essere di pochi euro? Il costo di una persona che possa seguire l’evento online in chat sembra insostenibile? Siamo rimasti legati ad esperienze passate? Eppure è tutto molto più conveniente rispetto alle migliaia di euro spese per stand fisici aperti solo pochi giorni e per un selezionato e stantio pubblico di frequentatori di fiere.

Alcune opinioni non favorevoli all’idea come questa di Fabio Lazzerini riportano le seguenti motivazioni:

– è il web stesso una fiera virtuale permanente, quindi organizzarne una con questi strumenti non ha senso;
– ci hanno provato in tanti, da SMAU nel 2000, senza successo perchè la riproposizione online di modelli offline non funziona.

Dico la mia su questi spunti:

– Teoricamente sono abbastanza d’accordo che il web sia equiparabile ad una fiera virtuale. Ma in concreto non è così. Quante aziende, specialmente pmi ed in Italia, hanno un sito che contenga gli stessi elementi di interazione disponibili in una fiera virtuale? Quasi nessuno, anche perchè all’interno della stragrande maggioranza delle aziende non esiste una organizzazione capace di gestire questo ambito con efficacia e continuità;
– Gli eventi virtuali servono a farsi trovare, hanno una funzione diversa da quella del sito, che è la sede stessa dell’azienda in rete. Non è diverso dal mondo reale dove più eventi ci sono e maggiori opportunità di farsi trovare si realizzano. Non è un caso che la maggiore utilità percepita da chi li fa sia proprio la lead generation;
– Al di là di online ed offline, la mente del mercato funziona ancora come prima: cerco un posto dove ottenere più informazione possibile e soprattutto dove ottenere contatti reali, dove poter parlare con persone reali. Questo sui siti delle aziende al 99,9% non lo trovo e per me sarebbe utile anche se lo potessi fare a distanza in video chat;

L’utilità di strumenti come fiere virtuali nasce dal bisogno di filtrare l’immensa offerta che scaturisce da una ricerca su google. Gli operatori non hanno tempo o competenze per filtrare tutto, contattare aziende ed avere tutte le informazioni nella stessa giornata. Io ci ho provato, ed a parte l’enorme disomogeneità delle informazioni presenti sui siti web, spesso è impossibile avere in poche ore la stessa resa di informazioni che è possibile da un giro in fiera virtuale, dove qualcuno ti risponde in chat in tempo reale. Non è poco a mio avviso.

Detto questo, non sarebbe interessante avere un “Quartiere Fieristico Virtuale”, riproposizione in forma di videogame 3D dei quartieri fieristici più famosi? Un ambiente come quello messo su per Monster o per molte università in giro per il mondo ormai in cui realizzare esposizioni virtuali aperte ad un pubblico più vasto non sarebbe un bel business, considerando i costi? Anche legare l’aspetto ludico a quello reale non aiuterebbe a rendere l’esperienza virtuale più accattivante?

Qui sotto altre esperienze recenti con Deloitte ad esempio, infine una infografica interessante con numeri recenti sul tema.

Deloitte

Infografica

Postato 16 gennaio, 2011 in CRM, Innovare, Social Business.
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3 commenti

  1. Noi italiani sempre ultimi!

  2. Riccardo scrive:

    Una causa potrebbe essere la _microscopica_ dimensione della tipica azienda italiana? Ho letto di recente che in Friuli ci sono circa 1.200.000 abitanti e circa 100.000 azienda. Fanno 12 abitanti/azienda. Se consideriamo che in quelle 12 persone ci sono anche bambini, anziani e persone che lavorano nel pubblico (trasporti, educazione, sanità, …) non mi stupirei se la dimensione media di un’azienda italiana fosse pari 5-6 persone. Con un’azienda tanto piccola, il costo di dedicare una persona alla chat on-line può forse essere vissuto come un costo eccessivo.

  3. Antonio scrive:

    si infatti oltre il 95% delle aziende italiane è sotto i 10 dipendenti.
    ma perchè alla chat non può partecipare l’imprenditore in prima persona (o figli eredi se presenti)? Non è mica detto che debba assumersi un dipendente apposta.
    Poi come accade per molti servizi ci si può affidare ad agenzie o si potrebbe trovare il modo di fare “distretto” in modo da spalmare l’eventuale costo tra più micro-aziende.
    E’ difficile lo so, ma in fondo la sfida è proprio quella di attivare questi benedetti distretti digitali.
    Un’altra riflessione riguarda la considerazione del tempo dedicato a queste attività.
    C’è chi lo considera tempo perso, eppure ogni imprenditore “perde” la maggior parte del tempo a curare o instaurare relazioni. Allora perchè non dedicare una fetta di questo tempo alle relazioni online?
    Il vero problema è che l’età media ed il livello culturale medio degli imprenditori italiani non consentono ancora questo salto di qualità.

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