Foursquare e Nectar sono concorrenti?

Stavo pensando a Nectar ed a tutto il mondo dei programmi di loyalty. Mi chiedevo in quale categoria di business collocare appunto Nectar. Servizi di fidelizzazione, dove il benefit principale per il cliente finale è guadagnare vantaggi in seguito al riutilizzo di certi prodotti/servizi pubblicizzati attraverso il circuito della carta.

Adesso prendiamo Foursquare. In quale categoria di business è Foursquare? Servizi di geolocalizzazione, forse. Il benefit per il cliente finale? Guadagnare vantaggi condividendo, attraverso il check-in, locali o posti preferiti da segnalare. Certo, il vantaggio qui può essere anche meramente sociale, ma anche avere sconti, premi, prodotti gratis da aziende che vogliono farsi della pubblicità, come nel caso di studio riportato qui. E su questo punto osservo quanto mi sembrano simili Foursquare e Nectar o altre coalition.

In fondo quello della geolocalizzazione è solo un mezzo, anche per Foursquare l’obiettivo è fidelizzare l’utilizzatore, per propinargli se lo vorrà messaggi pubblicitari contestualizzati in cambio di premi per ogni tot di check-in.

Vado avanti. Lato partner commerciali, Nectar offre una piattaforma di analisi, tracciatura della clientela e di marketing in cambio di una fee per le aziende che partecipano come partner. Foursquare offrirà, quando avrà un modello di business delineato, servizi, pubblicità sul telefonino, analisi molto approfondite e facili da usare sul profilo degli avventori digitali, a tutte le aziende che avranno segnalato la loro sede sul sistema di geolocalizzazione. Molto simile no? Poi entrambi offrono ai vendor la promessa di incrementare sia ripetizione d’acquisto che nuovi clienti.

Lato utilizzatore finale, le aziende partner offrono tramite Nectar un motivo per ritornare ad acquistare presso di loro, attraverso la promessa di un premio dalla raccolta punti. Su Foursquare, le aziende partecipanti offrono all’utilizzatore finale un motivo per ritornare spesso, diffondendo la notizia ai propri amici, in cambio di offerte e promozioni da redimere attraverso ripetuti check-in o altre iniziative di marketing “territoriale”. Suona simile anche questo?

Il check-in può essere un surrogato dei punti, il badge può essere associato ad un premio, una scala di badge può assomigliare ad un catalogo premi. Certo, in Foursquare c’è molto di più, c’è l’aspetto sociale, c’è che uno è libero di dire se un locale ha fatto schifo oppure era eccezionale. Però, se guardiamo gli aspetti commerciali, il meccanismo mi sembra simile. Anzi, staccandoci dall’aspetto tecnico della geolocalizazione, direi che i vari Foursquare, Gowalla, SCVNGR, Loopt, Whrrl e simili rientrano a pieno titolo nella categoria dei servizi di fidelizzazione, anzi potrebbero dominarla completamente nei prossimi anni, a scapito di programmi tradizionali proprio come Nectar.

Se fossi un’azienda, perchè dovrei fare il partner di Nectar anzichè fare il claim dei miei punti vendita su Foursquare ed acquistare della pubblicità mobile a basso costo e ad alto reach di clienti potenzialmente molto interessanti?

Critica: non tutti sarebbero in grado di farlo, vero. Nonostante sia passato un pò dalle tesi di Richard Florida sull’avanzata della classe creativa, non me la vedo ancora la pompa di benzina che gestisce da sè il proprio marketing.

Ma allora Nectar e le altre raccolte tradizionali sono condannate a rimanere ancorate ai settori petrolifero e dei grandi supermercati? E se anche questi ultimi settori volessero innovare? Specie per i supermercati all’interno dei centri urbani? Magari esplorando la parte ludica strutturando il tutto come un gioco di ruolo? L’unico limite sarebbe la diffusione degli smartphones, perchè di fatto senza una mobile app la vecchia carta vincerebbe ancora.

In definitiva, la domanda è: ha senso avere un programma di loyalty che tiri dritto senza accorgersi di tutto questo e senza cercare di integrarlo o di farne parte?

3 commenti

  1. Uno spunto di riflessione davvero utile. Condivido la tua analisi.
    Grazie.

  2. Good point.
    Condivido al 100% l’ultima affermazione, specialmente in Italia dove la penetrazione dei telefoni cellulari è estremamente elevata e la quota di smartphone assolutamente in crescita.
    Nota dolente. l’estrema polverizzazione del Retail e la sua scarsa cultura marketing
    Cioa

  3. @Marco:
    si, è vero che il retail ha una scarsa cultura di marketing in Italia, anche se secondo me i social tools hanno parecchio in comune con la tradizionale mentalità del piccolo imprenditore, abituato a coltivarsi i clienti uno per uno, puntando molto sulla relazione personale. Bisognerebbe insistere su questa affinità, non credi?

    Grazie per il commento!!

    @Alberto:
    grazie mille!!

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