Ma quanto è diffuso lo spaghetti marketing?

In questo post vorrei esprimere tutto il mio disappunto per la pratica del cosiddetto spaghetti marketing, ovvero produrre la maggiore quantità possibile di contenuto e spiattellarlo ovunque senza ritegno e spesso senza senso. Mi è capitato di recente di far parte di progetti che comprendevano presenza su facebook e sono rimasto colpito da quanto questa pratica sia non solo condivisa, ma soprattutto richiesta dai committenti.

Prendi una campagna qualsiasi su facebook: uno spaghetti marketer che si rispetti sta li tutto il giorno a postare qualunque cavolata pur di piazzare il link o il riferimento al suo prodotto. A fine giornata si continua a chattare e in riunione si dichiara orgogliosamente: “ieri ho postato il link su cinquanta gruppi diversi!” e tutti a dire dai ragazzi, se lo facciamo tutti per due mesi raggiungiamo l’obiettivo. La logica è: quanta più attività fai tanto maggiori saranno le possibilità di guadagnare contatti e quindi clienti.

Il risultato? Io non ce l’ho fatta e sono uscito dal progetto. Con la tecnica dello spaghetti marketing in dieci giorni si è arrivati a duemila iscritti al gruppo creato per lanciare il prodotto ma nessuna interazione all’interno, nessuna discussione, nessuna condivisione di idee o di esperienze, nessun rapporto reale. Mi chiedo: se non c’è questo, a che serve un gruppo su facebook? Infatti non è servito praticamente a nulla, nessuno di quei profili si è trasformato in un cliente.

In questo modo non ci sono conversazioni, i profili facebook (ad esempio) sono solo dei profili e non delle persone. Come si può credere che si trasformeranno in clienti senza dare alla comunicazione un senso compiuto?

Tirando spaghetti sui muri di ogni social network sicuramente si può ottenere visibilità, ma di sicuro non clienti. Inoltre, siamo sicuri che non danneggi il prodotto reclamizzato anzichè favorirlo?

Postato 12 settembre, 2010 in Social Branding, social media marketing.
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7 commenti

  1. Curiosità: Come mai si chiama SPAGHETTI Marketing? Ci facciamo riconoscere anche in questo campo? O_o

  2. Sia qual’é il vero problema? La maggior parte dei clienti che accetta questa tecnica inutile NON utilizza i SN, men che mai FB. Al massimo, se ha un suo profilo personale, lo usa per tenersi in contatto coi vecchi compagni di scuola. Anche a me – qui dentro – chiedono solo “a quanti iscritti siamo arrivati su twitter?”, e si focalizzano solo sui numeri, mentre io mi esalto a raccontare delle conversazioni e dei DM positivi e di apprezzamento e le richieste precise dei clienti nell’indifferenza generale. Il problema è culturale, non si tratta solo di superficialità e “markette” da consulente. Dobbiamo formare i vertici aziendali. E’ un duro lavoro, ma ci tocca, Antò. ;)

  3. Sante parole Betta. Saper usare in modo appropriato i SN dovrebbe essere una dimensione fondamentale della leadership di un grande capo… potrebbe essere un buon gancio per avviare il discorso con qualcuno dei “vertici”… sono così sensibili di solito alla leadership, no?

  4. Beh la vecchia scuola quantitativa è vivissima.
    Come fai a quantificare il tuo lavoro di SM consultant se non con la conta del numero di messaggi che hai “spaghettato” in giro. Certo le aziende vogliono risultati subito e questo è il modo più semplice. Ma se invece vuoi capire cosa pensano e cosa fanno i tuoi clienti allora è un altro il modo…
    Anche noi ne parliamo: http://www.amigdalab.it/aziende-e-falso-social-media-marketing.html
    Ripeto è molto difficile far percepire il valore di chi crea engagement. A me piace molto il concetto di enlighted engagement, ovvero il coinvolgimento vero dell’organizzazione, non solo della persona “in charge” ad ascoltare e rispondere qui e là nella socialsfera. Questa filosofia è difficile da fare accettare e attuare, ma è inevitabile. Ci si arriverà per forza. Sono i consumatori che man mano lo richiedono.

  5. Sono anch’io convinto che ci si arriverà per forza. Un buon punto di partenza secondo me è che in azienda ci sia qualcuno coinvolto direttamente nel progetto, che si metta in gioco in prima persona e ci metta la faccia, anzichè lasciare tutto all’agenzia di turno. Grazie per il commento Lorenzo.

  6. Hai pensato, però, che forza contrattuale ha il tuo uomo/twitter in azienda una volta che si è creato un esercito di follower di tante persone?
    E se poi se ne va? E se poi chiede un aumento dello stipendio del 100%, l’azienda come gestisce questa cosa? Può mandarlo via?
    Meditate gente, meditate….

  7. Lorenzo hai sollevato un ottimo punto. Secondo me la cosa può essere gestita attraverso il canale dell’azienda, all’interno del quale il grande capo (o il dipendente del customer care digitale) si manifestano con nome, cognome, mansione e profile photo, interagendo con gli internauti. Questo intendevo per “metterci la faccia” nel commento precedente.
    In questo modo i contatti sono dell’azienda ma la comunicazione non è impersonale. Se poi uno è capace di fare questo lavoro talmente bene da creare business, oltre che contatti, ben venga l’aumento di stipendio.
    Però su questo il punto secondo me sta nel trovare un modo per correlare il numero di contatti con reali vantaggi per l’azienda. Ad esempio: se qualcuno mi chiedesse il doppio dello stipendio per aver rastrellato 50.000 contatti sui SN per l’azienda, sarei curioso di vedere quanto business questi contatti hanno generato fino a quel momento. Se non correliamo i contatti ai risultati in termini di risparmi di costo o vendite indotte rischiamo di strapagare proprio chi fa spaghetti marketing. Che ne pensi? Ciao e grazie davvero per il commento molto interessante.

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