Help per indagine su nuova iniziativa
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Posted 348 giorni ago

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Palestra Professioni Digitali per giovan
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Posted 623 giorni ago

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Posted 897 giorni ago

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Social Democracy
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Posted 1012 giorni ago

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Zopa diventa Smartika, finalmente riparte il Social Lending
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Posted 1032 giorni ago

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Social Movie Marketing Madness
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Posted 1036 giorni ago

Definire una strategia di marketing cinematografico vincente sui social media: impresa ardua, per una serie concomitante di fattori:
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The Animated History of the iPhone
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Posted 1038 giorni ago

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Interesting Web Businesses #1: Deezer
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Posted 1045 giorni ago

Come primo caso di questa serie capita a pennello l'imminente lancio in Italia di Deezer (14 dicembre 2011 updated: 19 dicembre 2011). Ci muoveremo così: prima una descrizione con informazioni…

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Interesting Web Businesses #0: il Canvas come strumento di analisi
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Posted 1045 giorni ago

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Social Media Policy
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Posted 1056 giorni ago

Ad ogni azione corrisponde una reazione.

Alla libertà di una comunicazione sociale, aggregativa e spontanea, si contrappone il tentativo di dirigere – nel senso di “dare una direzione prefissata” –…

Social Media Policy
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Help per indagine su nuova iniziativa

Ciao a tutti, per una nuova iniziativa condivido il link ad un’indagine conoscitiva sul livello di soddisfazione delle competenze acquisite nell’esperienza di lavoro/studio. Si tratta di rispondere a quattro domande molto immediate.

Grazie mille!!

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Palestra Professioni Digitali per giovani talenti italiani

Al via un progetto formativo pensato per allenare giovani talenti italiani provenienti da lauree umanistiche all’immediato inserimento in alcune tra le più prestigiose aziende italiane e internazionali a caccia di un ‘salto digitale’. Un ‘allenamento’ per 25 ragazzi che partirà da Milano ma che entro la fine del 2014 coinvolgerà oltre 200 giovani neolaureati, con altrettanti inserimenti in azienda. Il tutto grazie alla spinta propulsiva di Prospera (associazione senza fini di lucro) e della sua squadra di sostenitori, tra cui Corporate Citizenship di Accenture, Assolombarda, ACTLSportello Stage, Gruppo di Lavoro Turismo, Agroalimentare, ecc.

Una full immersion che prevederà, oltre a lezioni di docenti universitari, anche il punto di vista del tessuto imprenditoriale con docenze ‘tecniche’ da parte di professionisti di aziende prestigiose, che faranno ‘sudare’ i ragazzi proprio come in una palestra vera, su problemi concreti, come quelli che si affrontano in azienda ogni giorno, e le possibili soluzioni. E dopo tanto allenamento, subito l’opportunità di una prova sul campo, con uno stage di 4/6 mesi presso aziende nazionali e internazionali che si sono distinte per l’orientamento al mondo digitale.

Da pochi giorni è in linea il primo spazio da loro pensato e creato.
Un progetto davvero lungimirante, spero si affermi non solo a Milano ma su tutto il territorio nazionale. Un esempio da seguire.

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Facebook con Loyal3 consente a tutti di acquistare e vendere azioni sul web

Ho una piccola impresa in difficoltà, un piano di risanamento ma banche e venture capital non mi danno credito, da solo non ce la faccio. Provo a spiegare su Facebook cosa faccio, i risultati raggiunti, il mio piano, invitando i visitatori della mia timeline ad investire sulla mia pmi anche 10 euro cliccando sul bottone “diventa azionista”.

Con il CSOP (Customer Stock Ownership Plan) sviluppato dalla start up Loyal3 e disponibile presto su Facebook, tutto ciò sarà possibile. Si potrà acquistare e vendere azioni di aziende quotate con piccoli tagli, a partire da 10 dollari e fino ad un massimo di 2.500 dollari al mese, senza commissioni. Ma solo sul mercato fondiario americano, per ora. Ovviamente è tutto super controllato dalla SEC e sarà operativo da giugno 2012, tra poche settimane.

Al di là della fattibilità su altri mercati, questo tipo di disintermediazione segna la trasformazione di Facebook nella più completa piattaforma mai esistita. Un passaggio epocale che provo a riassumere così:

– Fuori le banche dal rapporto piccolo azionista – aziende.
– Clienti e fan che diventano azionisti e co-proprietari dei brand preferiti.
– Potenzialmente milioni di persone in grado di allocare risorse finanziarie sulla base del consenso fuori dagli intermediari finanziari tradizionali.
– Possibilità di rastrellare capitali con più facilità per start-up innovative o per tante pmi, indipendentemente da dove siano allocate.
– Necessità per tutte le aziende di puntare sulla costruzione di una community in grado di sostenere (anche economicamente) l’azienda.

In sostanza un sistema di azionariato popolare diffuso, transnazionale, in grado di investire su chiunque e ovunque, senza bisogno necessariamente di far parte di lobby.

Un altro aspetto interessante è il concetto alla base dell’iniziativa, ovvero “Ownership changes everything”.

Suona così diverso dalle idee di Rifkin di inizio millennio, ricordate?

Nell’”era dell’accesso” il modello era quello del noleggio di qualsiasi cosa. Adesso quelli di Loyal3 esaltano la famosa frase di Larry Summers: “In the history of the world, no one ever washed a rented car.” Il tutto condito da dati di Bain & Co sul comportamento di acquisto dei consumer-owners. Quindi non il superamento della proprietà, piuttosto l’estensione del concetto di proprietà diffusa come mezzo per uscire dalla crisi, generata invece dallo schema legato alla proprietà di pochi. Un nuovo capitalismo alla portata di tutti ispirato più da Occupy Wall St. che dai guru della prima new economy. L’era della co-creazione per fare in modo che i consumatori ritengano almeno una parte del valore generato dai propri comportamenti di acquisto.

Con queste mosse Facebook potrebbe diventare più che un’azienda: un’istituzione (proprio come la borsa). Se il suo obiettivo è rappresentare, categorizzare e racchiudere in sè le preferenze di miliardi di persone allora dopo l’amicizia, il “like” e la finanza il prossimo passo sarà ospitare una app per votare alle elezioni. Potrebbe diventare la piattaforma di consenso in grado di influenzare la società prossima ventura.

Ma non sarebbe davvero troppo spaventoso uno scenario del genere?

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Social Democracy

La SISSA di Trieste ha pubblicato di recente uno studio volto a dimostrare l’applicabilità di modelli matematici di analisi sociale ai social network.

In sintesi, il risultato dello studio dimostrerebbe che i social users tendano ad essere conformisti, ad allinearsi alle opinioni espresse dalla maggioranza degli users , indipendentemente dalla natura dell’argomento trattato o dalla tipologia di preferenza esprimibile (“likae, “don’t like”, ranking da 1 a 5, etc.).

Ci sarebbe, insomma, una fisiologica tendenza del sistema social verso la stabilità, che confermerebbe la validità della teoria dell’equilibrio formulata dallo psicologo Fritz Heider per cui:
- l’amico di un mio amico è mio amico;
- Il nemico del mio amico e mio nemico;
- l’amico del mio nemico è mio nemico.

L’espressione dell’opinione individuale del social user sarebbe pertanto influenzata, orientata e quindi falsata dalla maggioranza.
Lo studio è stato condotto, udite udite, non su Twitter, non su Facebook, non su Linkedin, ma su Epinions, Slash Dot, WikiElections !

Per WikiElections, valga la definizione dei ricercatori: “I ricercatori hanno definito “WikiElections” la rete assemblata in base ai risultati di valutazioni interne tra gli amministratori delle pagine della ben più famosa Wikipedia. Epinions è una community di utenti che si scambiano pareri negativi e positivi su una ampia gamma di prodotti e sull’affidabilità del medesimi utenti; idem per Slash Dot, che è limitata all’IT.

E’ evidente che il campo di analisi è circoscritto ad una determinata tipologia di social, cioè la community tematica in cui i topics sono esclusivamente recensioni su prodotti di specifiche categorie merceologiche.

Non penso che il comportamento di questi users sia estensibile ai grandi SN, ma sia al contrario assimilabile al comportamento degli users del marketplace online per eccellenza: anche EBay, infatti, si basa su un sistema aperto di reviews negative e positive sui prodotti in vendita, ma anche (soprattutto) sugli utenti lato vendita o lato acquisto.

Credo, al contrario che i social network siano per paradosso sottoposti alla “dittatura del singolo”, anziché della maggioranza: per fare un esempio pratico, usando Tripadvisor nella ricerca di un albergo, mi è spesso capitato di dare più credito e rilevanza ai giudizi “scarso”o “pessimo”, che secondo la stessa Tripadvisor sono la minoranza, piuttosto che ai giudizi positivi, che vengono espressi dalla maggioranza dei Tripadv Users.

Ritengo che lo sforzo, legittimo, di studiare i SN in modo scientifico non debba anteporsi mai alla vera social user experience, che è libera, autonoma ed individuale. Voi cosa ne pensate ?

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Zopa diventa Smartika, finalmente riparte il Social Lending

Dopo il recepimento della Direttiva Europea sui pagamenti, che darà vita a sviluppi davvero interessanti, una ricapitalizzazione e la fine del contratto di franchising tra Zopa e Zopa Italia, il servizio finalmente rinasce sotto nuove insegne. Zopa Italia si chiamerà Smartika e sarà un Istituto di pagamento.

Dopo le traversie del 2009, l’attività di Zopa, il primo servizio italiano di social lending era di fatto cessata garantendo la continuità per i soli prestiti contratti prima del provvedimento di cancellazione della Banca d’Italia. Un duro colpo a tutto il Social Lending in Italia e non solo.

Con Smartika, prestatori e prenditori avranno dei conti di pagamento su cui transiteranno le operazioni sia in entrata che in uscita, in modo da rendere i fondi totalmente separati dalle disponibilità di Smartika, che fungerà da piattaforma di pagamento (qui e qui dettagli su come funziona). In questo modo Smartika può ripartire e con essa il Social Lending in Italia. Buona fortuna.

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Social Movie Marketing Madness


Definire una strategia di marketing cinematografico vincente sui social media: impresa ardua, per una serie concomitante di fattori:
1) La tipologia di prodotto: il prodotto film è in realtà un prototipo nel senso industriale del termine, in quanto opera di ingegno che non si presta a riproducibilità o a processi di standardizzazione;
2) Il ciclo di vita del prodotto: pur in presenza di uno sfruttamento commerciale progressivamente più duraturo, il film ha un ciclo di vita “bipolare”, diviso tra il lancio nelle sale (theatricals) ed il successivo lancio in home video.
3) Stakeholders coinvolti: la filiera cinematografica investe players dal peso variabile secondo il film da realizzare (società di distribuzione, produzione, esercenti cinematografici, cast artistico, etc),
In questo scenario, la fanno da padrone i colossi dell’entertainment digitale, per i quali il social movie marketing è solo un aspetto di ben più complesse strategie industriali e commerciali. La caratteristica delle multimajors è che incorporano sotto un unico marchio la quasi totalità della filiera, compresi i diritti di utilizzo e di immagine del cast artistici (composti da personaggi di animazione coperti copyright). Se la Disney si configura come social top brand (dati SocialBakers) e agisce a livello social come interlocutore diretto con gli users, menzione speciale merita la Dreamworks.
Per il lancio di Kung Fu Panda 2, Dreamworks ha collaborato con Zynga per utilizzare CityVille, il più diffuso gioco virtuale su facebook (ca. 88 milioni di giocatori nel mondo): i giocatori potevano inserire sale cinematografiche a marchio Kung Fu Panda nella loro città per una settimana, dovendo interagire ogni giorno con cinque personaggi del film per l’affitto da riscuotere e aumentando così l’engagement e l’interazione diretta con il prodotto. I giocatori con il più alto guadagno dall’affitto hanno poi avuto in premio una statua King Fu Panda da inserire in modo permanente nella loro città.
Inoltre, i giocatori sono stati incoraggiati a postare queste azioni sui loro profili personali Facebook o Twitter, moltiplicando esponenzialmente la visibilità e l’esperienza collegata al prodotto.

Si è aperta una porta: i social network saranno la nuova frontiera del cinema e dell’entertainment digitale?

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The Animated History of the iPhone

CNET UK Presents: History of the iPhone, dedicated to the memory of Steve Jobs from Drew Stearne on Vimeo.

Un video bellissimo e pieno di dati sullo sviluppo dell’information technology. Pensavo a cosa sarà tra trent’anni…

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Interesting Web Businesses #1: Deezer

Come primo caso di questa serie capita a pennello l’imminente lancio in Italia di Deezer (14 dicembre 2011 updated: 19 dicembre 2011). Ci muoveremo così: prima una descrizione con informazioni sull’azienda e poi una nostra ipotesi di Business Model Canvas, su cui chi vuole può intervenire con commenti, osservazioni, integrazioni.

Continua

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Interesting Web Businesses #0: il Canvas come strumento di analisi e discussione

In questa serie esamineremo alcune delle più interessanti iniziative imprenditoriali sul web, utilizzando lo strumento del Business Model Canvas, pubblicato nel fantastico testo Business Model Generation di Alex Osterwalder e che consiglio a tutti di acquistare. Nel video qui sotto una descrizione del canvas.

Per ogni azienda in questa serie, sulla base delle informazioni disponibili in rete, proveremo a descriverne il business model utilizzando il canvas, ovviamente senza nessuna pretesa di essere esaustivi. Sentitevi liberi di commentare, anzi vi invitiamo a farlo, in modo da integrare il tutto con le vostre osservazioni.

Segnalateci iniziative o start up, anche locali a cui dare visibilità inviando una mail ad antonio (at) belowthebiz.com. Magari potremmo esaminarle insieme ed avere una bella raccolta di casi aziendali di successo, che di questi tempi sarebbe anche un bel segnale…

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Social Media Policy

Ad ogni azione corrisponde una reazione.

Alla libertà di una comunicazione sociale, aggregativa e spontanea, si contrappone il tentativo di dirigere – nel senso di “dare una direzione prefissata” – la comunicazione stessa.

Ovvio e prevedibile, se il web 2.0 entra nelle aziende: qui l’informazione è una commodity e il controllo delle informazioni può generare valore aggiunto, vantaggio competitivo, strategie e tattiche.

La direzione viene allora indicata, in modo più o meno cogente, attraverso la social ( o blogging) media policy, insieme di regole che un individuo è tenuto a rispettare nell’utilizzo dei social network per conto o in nome di un’organizzazione.

Il terreno è minato, dal momento che sono labili i confini tra comunicazione individuale, istituzionale, sociale. Occorre ricercare una via nel brodo primordiale del web 2.0, lo spazio naturale dove il social incontra il business: l’università .

Secondo una ricerca della University of Massachussets Dartmouth il 44% dei college americani si è dotato di una blogging media policy nel 2010, a fronte del 32% dell’anno precedente.

Tra i college, spicca la social media freedom di Harvard, “culla” di Facebook: poche sintetiche indicazioni, che riguardano prevalentemente il rispetto del diritto d’autore e della privacy sui blog, in un contesto di spensierata anarchia, in cui, ad esempio, i blog dei docenti possono avere o non avere le insegne ufficiali, a discrezione dei docenti stessi.
Di più: la stessa piattaforma di sviluppo della zine ufficiale, la Harvard Gazette, è WordPress, i feed sono il primo strumento di interazione con la community, si incentiva l’uso dell’opengraph a tutti i livelli e si monitora l’engagement attraverso strumenti no cost (google analytics). Insomma, Harvard comunica e interagisce nelle medesime modalità del più dilettante blogger del mondo: il messaggio è chiaro, la politica è vincente, i (pochi) limiti pure.

Di contro, Princeton, istituto tradizionalmente conservatore, adotta una social media policy organica ed integrata per blog, fb, tw, yt, limitandosi tuttavia a consigliare, non ad imporre (né a controllare) determinati format o contenuti di comunicazione istituzionale. Anche Princeton è per la social media freedom.

Questo atteggiamento viene puntualmente premiato dagli users: nella classifica dei 100 college più social, Harvard occupa la seconda posizione, Princeton la sedicesima. Entrambe, insieme a Yale, sono quindi molto apprezzate dagli studenti.

Poi… ci sono i cattivi: da una lista di 15 college che attuano restrizioni di varia natura al social, spicca il New Jersey Insitute of Technology, che si è dotato di un sw, Udiligent, addirittura repressivo. Udiligent e monitora il contenuto di tutti i topic e post degli iscritti all’istituto, andando a restituire un warning agli amministratori in caso di discussioni ritenute lesive o pericolose per il college, esponendo gli autori delle conversazioni ad un articolato sistema di sanzioni.

Il New Jersey Insitute of Technology, e con esso gli altri 14 della lista, sono fuori dalla top 100 social.
I grandi college non hanno paura del social, i piccoli sì: i grandi diventeranno sempre più grandi, i piccoli resteranno sempre piccoli.
E le aziende cosa fanno ?

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