U-Station è ok, adesso servono i contenuti

E’ online la versione Beta di U-Station, il primo media social network delle univeristà italiane. Si tratta di un aggregatore di iniziative che nascono più o meno spontaneamente all’interno delle università. Ad oggi 30 web radio e web tv hanno aderito. Dietro questo progetto ci sono Telecom Italia, attivissima con Working Capital in questo periodo ed altri attori. Dettagli qui.
Bella infrastruttura, sono contento, un bel passo avanti. Adesso però speriamo mettano su i contenuti, ed in questo mi rivolgo alle web radio/TV univeristarie. Spero si capisca che solo la qualità dei contenuti fa la differenza e decreta il successo di un’iniziativa. Ho passato le ultime tre ore a guardarmi e riguardarmi quasi tutti i video presenti e ne ho ricavato le seguenti impressioni.

1 - non ci sono video di educational, di lezioni, o di contenuto divulgativo. L’università italiana continua il rifiuto verso soluzioni tipo OpenCourseWare? Credo proprio di si.

2 - In molti casi l’approccio è troppo giornalistico. Spot dell’ateneo, servizio sull’incontro al pub o sul convegno con i prof, approccio giornalistico… mentre guardavo mi chiedevo cosa ci fosse di diverso rispetto ad una qualunque emittente locale.

3 - Contenuti creativi quasi assenti. Ho visto solo un cortometraggio. Ad esempio la web TV di Harvard propone Ivory Tower, sit com sulla vita di campus ed offre contenuti divertenti che vanno al di là della notizia o dello spot.

Certo siamo all’inizio, ma ho come l’impressione che ci sia troppo controllo da parte di prof, comitati di redazione, rettori. Infine voglio ribadire: non è possibile che manchino contenuti di tipo divulgativo sulle materie di corso. Insomma, siete emittenti universitarie, perchè dovrei guardarvi? Solo per vedere il tg o il resoconto dell’evento di giornata? Io non guarderei un ennesimo canale di notizie che non abbia niente di nuovo da dirmi o da insegnarmi. Abbiamo già troppi canali-fotocopia. Quello che mi auguro è di poter vedere un giorno video come questo qui del MIT TechTV del prof Lewin (un grande). Una lezione come questa è il più grande spot per attirare studenti che un ateneo possa fare.

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Innovation at work - l’importanza del lavoro in team

In questo video il prof. Paddy Miller dello IESE rilancia l’importanza del lavoro in team come driver dell’innovazione in azienda.

Il prof. Miller sostiene che l’innovazione è più un fatto culturale che una serie di progetti scaturiti da sessioni di brainstorming e (quasi) completamente slegati tra loro. L’innovazione è guidata da ogni singolo individuo e viene instillata all’interno delle organizzazioni attraverso il lavoro di team multiculturali che lavorano giorno per giorno “in squadra”.

E questo è un altro concetto che nella mia esperienza viene sovente frainteso. A me è capitato molto spesso di lavorare in contesti in cui l’espressione “gioco di squadra” fosse intesa come scarico di responsabilità. Come se si costituisse un soggetto all’interno del quale le responsabilità non fossero chiare ed in cui sarebbe stato possibile per i più furbi farla franca, scaricando la maggior parte del lavoro sui più volenterosi e corretti, magari prendendosi visibilità e meriti non propri. Ovviamente non è così, all’interno di team di lavoro ben strutturati compiti, responsabilità e meriti sono facilmente riconducibili agli effettivi individui. Basta essere delle persone corrette. Basta gestire i gruppi in modo professionale. Questo mi fa pensare che molti gruppi di lavoro non vengano condotti in modo organizzato. Quindi ancora una carenza culturale, probabilmente dovuta al fatto che l’organizzazione-macchina, fatta di rigide procedure e normative inappellabili è ancora oggi ben salda nella cultura manageriale prevalente.

Peccato che l’organizzazione-macchina sia perfetta per produrre, ma non per innovare. Per sua natura tende a scoraggiare quel mix culturale, di competenze, di esperienze e di flessibilità reso possibile dai team. Non devi pensare troppo nell’organizzaione macchina, è vietato cambiarne le regole ed i processi. E’ un reato grave in quelle realtà. Risultato: tantissimi compartimenti stagni in cui ciascuno ritiene di essere innovativo senza realmente contagiare nessuno al di fuori del proprio dipartimento o struttura.

A mio avviso senza team multifunzionali ben organizzati non c’è coinvolgimento, non c’è creatività, non ci può essere innovazione. Sei d’accordo?

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Un esempio di fundraising: Poldi-Pixel

Una specie di colletta tra i tifosi. Per acquistare Lukas Podolski dal Bayern Monaco, il Colonia ha chiesto aiuto ai propri fan. E così, attraverso il sito ufficiale del club, è possibile acquistare un pixel dell’immagine dell’attaccante (che cambierà casacca per 10 milioni di euro) a 25 euro. Iniziativa alla quale ha aderito anche Michael Schumacher: l’ex pilota della Ferrari, tifoso dichiarato della formazione che milita in Bundesliga, ha messo a disposizione 875 euro per l’operazione di
mercato che sarà realizzata alla fine della stagione.

Come riferisce la ‘Bild’, Schumacher ha acquistato 35 pixel. Nel sito Poldi-Pixel, collegato a quello ufficiale del Colonia, sono disponibili 40.000 pixel: se venissero venduti tutti, sarebbe raccolto 1 milione di euro. Al momento, il finanziamento on line ha toccato quota 96.000 euro. Accanto al volto dell’ex pilota, campeggiano i loghi di aziende di ogni tipo che con un modesto investimento si garantiscono visibilità sul sito frequentato dai tifosi del Colonia. Non mancano i messaggi dei fan che ‘colonizzano’ singoli pixel e spendono 25 euro per aiutare la propria squadra del cuore.

Una tecnica di fundraising che potrebbe trovare utilizzo anche per altre cause di social marketing.

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Social Branding in 3 passi… per cominciare

C’è un valore nell’utilizzo del Social Marketing? Il consulente risponderebbe così: nel medio/lungo termine la risposta è si; nel breve la risposta è: dipende.
Dipende dal modo in cui valuti il valore. Se per te il valore sta nel massimizzare le vendite a breve, magari (ma non necessariamente) fottendo il cliente (è la tecnica FIC - Fotti Il Cliente), allora lascia perdere, non otterrai dal social marketing una risposta soddisfacente. Se per te la reputazione del tuo marchio e l’opinione dei tuoi clienti attuali e potenziali è una cosa importante, allora parliamone, forse il social marketing può fare al caso tuo.

L’utilizzo del Social Marketing impatta sostanzialmente su tre aree di attività:

  • La gestione della Brand Image e Reputation;
  • La costruzione di una relazione con la clientela;
  • La progettazione di un’offerta in grado di adattarsi alle specifiche esigenze di più gruppi di clientela.
  • Altra cosa importante da chiarire è che il Social Marketing è un mix di attività online e offline. Il senso è uscire fuori e provare a raccontarsi, a socializzare. Trovare la propria voce, scendere dal piedistallo, ascoltare le storie altrui e raccontarne di proprie interessanti è il giusto mindset da adottare per questo genere di attività. In questo senso la produzione di contenuti, di storie, di situazioni da raccontare, diviene il cuore del messaggio pubblicitario. Tanto che con i social media il numero di contatti potrebbe in linea di massima equipararsi alla misura del “reach” nei media tradizionali, per discutere di criteri di misurabilità dell’investimento.

    Ma veniamo ai tre piccoli passi da compiere per cominciare con il Social Marketing:
    1 - Usa i social network indipendenti (Facebook, YouTube, ecc.). Scegli quelli più in linea con la tua immagine o con il pubblico che intendi approcciare, poi pubblica su queste piattaforme i tuoi contenuti (di intrattenimento o educativi), in modo che tutti possano linkare o riutilizzarli o lasciare un feedback.
    2 - Programma un Educational Event Program. Ovvero un evento itinerante in cui il pubblico possa toccare con mano i valori fondanti del tuo marchio. Prendi Lindt Tasting Events, un programma itinerante in cui i passanti vengono invitati a rilassarsi, ad intrattenersi con piacevoli hostess/stewards, a provare il cioccolato e guardare una dimostrazione dal vivo di un maitre chocolatier. Cioè nell’ordine: relax, socializzazione/armonia, piacere, tradizione/genuinità, ovvero i valori fondanti del marchio Lindt.
    3 - Spingi sui temi della Corporate Social Responsability. Se non cozza con il tuo prodotto apri uno spazio o fai qualcosa di legato al tema del rispetto sociale, o della sostenibilità ambientale, fai link verso i principali blog sul tema, renditi credibile sotto questo punto di vista.

    La differenza la fanno i contenuti, le idee e quanto bene viene implementato il tutto. Questo qui è solo un canovaccio di massima da riempire con la tua fantasia. Il bello è che sono tutte azioni “low cost” o “no-cost”, che se condotte bene ormai possono generare ritorni interessanti anche dal punto di vista commerciale. A quel punto la misura della convenienza economica sta anche nel quanto ho risparmiato rispetto alle campagne media tradizionali, in relazione al numero di contatti che sono riuscito comunque a raggiungere.

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    5 cose che ogni Team Leader deve sapere (e saper fare…)

    Ci sono 5 semplici cose che dovrebbero essere incorporate nel modo di lavorare di ogni team. Sono molto utili per evitare boicottaggi, opposizione dichiarata o strisciante e tutti quei comportamenti ostruzionistici che minano la vita di ogni progetto. Laddove non esistessero è compito del team leader introdurli, attraverso comportamenti concreti. Il suo esempio servirà da stimolo per gli altri collaboratori. A dispetto dell’apparente semplicità, mettere tutto questo in pratica è molto più difficile di quanto sembri. Eccoli:

    1 - Mantieni la comunicazione

    Il successo dipende dal modo in cui mantieni la comunicazione con tutti gli interlocutori e dal modo in cui comunichi i tuoi obiettivi. Ad esempio di recente ho seguito un progetto per il ridisegno di un processo produttivo che coinvolge circa 100 persone. Il clima era un pò teso, e la prima cosa che ho fatto (e che mi ha salvato…) è stata dire subito ed in modo chiaro che il mio obiettivo era di far venire a galla le inefficienze del sistema, non di fornire argomenti a chi vuole tagliare il personale. Quando si dice comunicare all’interno di un team non si tratta tanto della notifica di ogni stato di avanzamento… avete presente quelle email asettiche e anche un pò paracule che illustrano lo stato ad oggi ed i prossimi passi. No, non è questo che intendo. Bisogna coinvolgere e mantenere il contatto con tutti, sia chi collabora che chi si dimostra ostile o poco collaborativo. Anzi, l’errore più grande è proprio perdere il contatto con chi rema contro.

    2 - Impegnati per risolvere i problemi ovvi

    Mi è capitato spesso di vedere un gran lavoro nella ricerca e nell’analisi di montagne di dati, ecc. E’ molto utile, ma spesso viene fuori che ci sono tanti piccoli problemi già evidenti e sotto gli occhi di tutti, che non hanno bisogno di infinite analisi per essere riconosciuti come tali e che spesso presi singolarmente non sono difficili da risolvere. Allora, prima di risolvere i massimi sistemi, risolvi prima quelli. Uno alla volta, partendo dal più ovvio e dal più semplice. Risolvere qualcosa infonde iun clima di fiducia, che predispone ad una migliore e più feconda collaborazione per raggiungere l’obiettivo finale del progetto.

    3 - Pensa controcorrente

    Nel modo di descrivere le cause di un problema non fermarti a ciò che gli “esperti” di quel processo dicono. Capovolgi la prospettiva, prova a individuare le cause nelle falle o nelle inefficienze delle fasi a monte. Oppure in processi correlati. Ripercorri la sequenza delle attività e testane la logica con spirito critico, senza guardare alla gerarchia. Non ti accontentare del “abbiamo sempre fatto così…” ma individua delle cause plausibili su cui proporre un intervento, non importa se non si è mai fatto così.

    4 - Documenta la risoluzione di problemi

    Ci sono problemi ricorrenti. Se ne presenta uno, si risolve magari con l’intervento di tecnici, dopo un pò si ripresenta. Nessuno capisce perchè. Ogni volta c’è un rimedio differente, non manca mai nella concitazione chi dice: “ma come facemmo quell’altra volta?”. Non si tiene traccia del modo in cui gli inconvenienti vengono risolti. Il risultato è che si verifica quello che ho descritto sopra. Tenere traccia e codificare le “lezioni dal passato” in “ritorni di esperienza”, categorizzati opportunamente, non è mai una perdita di tempo, ma serve per dare informazioni preziose sia su come progettare che su come risolvere al momento.

    5 - Testa le soluzioni sul campo

    Realizzare bellissimi schemi, flow chart, belle presentazioni, progettare soluzioni teoriche è una parte importante del lavoro, ma va testata sul campo. E il test dal vivo va fatto prima della presentazione al management per l’approvazione di eventuali cambiamenti organizzativi. Tutto ciò che è scritto sulla carta va verificato sul campo, per vedere se funziona, per identificare cosa funziona meno ed evitare che col tempo si trasformi in un grosso problema.

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    oDesk, un modello interessante per consulenza e pmi

    Outsourcing to freelance è lo slogan di oDesk, startup americana che svolge il ruolo di mega agenzia di lavoro a progetto su scala globale, specializzata per progetti web. Un’infrastruttura in cui piccole (o grandi) agenzie di marketing o aziende possono selezionare e ingaggiare professionisti da tutto il mondo, scegliendo in base al rating che ciascun professionista si costruisce attraverso feedback per i lavori precedenti.

    oDesk può anche essere utilizzato per acquisire clienti e progetti da ogni parte del mondo, penso ad esempio ad una piccola web-agency che comincia a farsi una rete di clienti facendo partecipare i propri collaboratori su base individuale. Poi, come accade nel mondo reale, è possibile instaurare relazioni di fiducia costruendo la propria rete più o meno stabile nel tempo. La differenza è che questa rete non è legata esclusivamente al territorio in cui si opera, come avviene nel tradizionale modello di libera professione, ma può essere globale. Posso avere clienti a New York o Londra pur basando il mio ufficio a Bari. E’ la meta-agenzia di web marketing & new media.

    Il processo operativo, come al solito in questi casi, è efficientissimo: look&feel da community, con profili di aziende richiedenti e curricula di professionisti qualificati, chat rooms per fare riunioni a distanza, time analyzer per controllare la produttività e l’accounting delle ore addebitate al progetto, ecc. Vedi i dettagli qui ed un esempio di utilizzo qui.

    Il modello sembra funzionare: progetti per un controvalore di oltre quaranta milioni di dollari in poco meno di 3 anni, terzo round di finanziamento da venture capital acquisito, centomila providers da tutto il mondo, con forte presenza di paesi in via di sviluppo. Ciascun professionista ha la propria tariffa oraria assolutamente libera. Sarà poi il mercato a scegliere in base al rapporto qualità /prezzo. Si possono trovare web-designer pluripremiati che si fanno pagare anche 50 dollari all’ora, oppure data entry specialists da 6 dollari/ora. Anche i profili ed i processi di certificazione dei professionisti sono molto curati, per garantire un livello medio elevato.

    Infine ecco un paio di essenziali punti di forza del modello oDesk:

    Providers opt-in: chiunque può entrare, valutare ed accettare/rifiutare incarichi;
    Sistema di pagamento sicuro ed efficace: attraverso Payoneer, il sistema sicuro di pagamento a distanza che consente di effettuare il pagamento attraverso una carta di debito gestita da Mastercard a costi molto più convenienti sia di bonifici che di Paypal (1 o 2 € come entry cost fisso più altri da 1 a 2 euro per la giacenza media in conto, se rimangono soldi sulla carta). Leggi l’articolo sul NY Times per approfondire.

    Un modello che a mio avviso si può sperimentare sia a vantaggio di altri tipi di lavori/professioni che su scala locale o nazionale. Sicuramente credo possa funzionare per consulenza e pmi. Ad esempio può essere una soluzione per chi inizia una professione, ha pochi clienti ed è in cerca di credibilità , questa volta facendo affidamento solo sulle proprie abilità e non su qualche raccomandazione…
    D’altronde, in un’Italia dove la figura del libero professionista spopola, non siamo un pò tutti free-lance?

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    Il Cruscotto Aziendale: l’Executive Summary

    Come già più volte sottolineato un buon report deve sempre avere indicatori il più possibile sintetici e rappresentativi. In ogni documento di monitoraggio delle performance risulta pertanto di fondamentale importanza inserire delle rappresentazioni molto sintetiche dell’andamento delle performance, una fotografia di dove siamo ad oggi relativamente a delle macro voci precedentemente individuate. L’Executive Summary.
    L’Executive Summary potrà essere una tabella molto simile a quella vista la volta precedente.

    Riprendiamo dunque l’esempio della volta scorsa. Poniamo però il caso che siamo nel corso dell’anno, ad esempio al 30 Aprile 2007. Supponiamo anche che l’azienda abbia 5 impianti di produzione dislocati lungo il territorio nazionale ed abbia una propria rete distributiva presente nelle principali città italiane..
    Non entro nel merito di tutte le informazioni che sarebbe necessario avere per monitorare in modo esaustivo l’andamento degli impianti o della rete distributiva. Quello che qui voglio sottolineare è come può essere strutturata la reportistica. Semplifichiamo al massimo le informazioni e supponiamo che:
    per gli impianti di produzione abbiamo:
    - Ore lavorate
    - Costi di produzione totali
    - Costi per addetto
    Per la rete distributiva abbiamo invece:
    - Fatturato punto vendita
    - Pezzi venduti punto vendita
    - Prezzo medio applicato
    - Costi singolo punto vendita

    Un report ben strutturato ed esauriente dovrà necessariamente declinare queste informazioni per tutti gli impianti e i punti vendita ma ne uscirà necessariamente un documento molto articolato e lungo.
    Fondamentale quindi è la funzione dell’Executive Summary che fornirà per tutti quegli indicatori, o una parte di essi, la situazione in modo aggregato. Possiamo pensare al report (o meglio al cruscotto) come ad una piramide alla sommità della quale abbiamo l’Executive Summary e, mano a mano che si scende e la piramide si allarga, abbiamo le stesse informazioni e generalmente altre di maggiore dettaglio, per singole aree geografiche, per prodotto, per impianto, per punto vendita, etc (figura 5).

    La rappresentazione riportata è solo un esempio. In base alla struttura dell’azienda o alle esigenze informative potrebbe essere modificato magari mettendo i prodotti al posto delle aree geografiche. La struttura resta comunque questa con il livello di dettaglio minimo nell’Executive Summary e poi via via crescente.

    Ma come può essere schematizzato L’Executive Summary?
    Rimanendo nel nostro esempio riporto di seguito un possibile Executive Summary (Figura 6).

    Un ottimo modo per consentire una lettura immediata dell’Executive Summary è colorare i delta di verde e di rosso. Chiaramente, se dovessimo trovarci di fronte a tutti delta colorati di rosso saremmo in grado di dedurre un andamento negativo senza nemmeno leggere i numeri. Vale il contrario se fosse tutto colorato di verde.
    Nei cruscotti si fa spesso uso di elementi che siano in grado di dare una rappresentazione immediata di un andamento tipo colori (come sopra), simboli e pittogrammi, ad esempio le classiche faccine o immagini modello conta chilometri (figura 7):

    I due esempi inseriti in figura 7 potrebbero essere messi come prima slide di un cruscotto e a seguire l’Executive Summary.
    Ma cosa ci dice questo Executive Summary?
    In estrema sintesi… Il dato cumulato anno (YTD – Year to Date) ci dice che l’ azienda cresce rispetto all’anno precedente ma è in leggero ritardo rispetto agli obiettivi fissati. Lo stesso dicasi per il mese corrente (MTD – Month to Date) che tuttavia presenta un rallentamento nelle performance rispetto all’YTD. In effetti nel mese di Aprile sia il fatturato che i volumi di vendita crescono meno di quanto non abbiano fatto nel cumulato anno. Essendo il prezzo medio applicato in linea con gli obj, il ritardo del fatturato è tutto dovuto a mancate vendite che hanno influito sui costi di distribuzione (minori rispetto alle stime fatte ad inizio anno) ma non su quelli di produzione perché evidentemente l’azienda ha comunque prodotto le quantità previste a budget facendo più magazzino.
    Mi fermo qua, ma analisi di questo tipo (chiaramente con maggiori dettagli soprattutto sulle cause degli eventi rappresentati) sono fondamentali per comprendere a pieno quello che c’è dietro i numeri e soprattutto per intraprendere eventuali azioni correttive.

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    Modalità di rappresentazione degli indicatori: l’analisi dei trend

    La volta scorsa abbiamo analizzato le performance, (pezzi venduti, fatturato, etc.) dando una fotografia dei dati rilevati in un determinato istante (fine mese, fine anno), confrontato con l’omologo periodo dell’anno precedente.
    Un altro modo di rappresentare i dati è analizzare la loro evoluzione nel tempo (analisi dei trend).
    Se il dato che stiamo analizzando è il fatturato, l’analisi del trend ci consente di capire come è evoluto lo stesso nel tempo (un arco di tempo predefinito), di capire se ci sono stati dei picchi e soprattutto la stagionalità. Un ottimo modo per rappresentare il trend di un dato può essere oltre alla forma tabellare, un grafico che da una visione immediata dell’andamento (Figura 3).

    Nel grafico viene illustrato l’andamento del fatturato nel corso dell’anno 2007. La stagionalità non risulta essere molto marcata però in prossimità dei mesi estivi le vendite subiscono un discreto incremento.
    Anche nell’analisi dei trend vale quanto detto precedentemente riguardo all’importanza di avere termini di confronto. Pertanto aiuterà certamente l’inserimento dell’andamento dell’anno precedente e degli obiettivi mensilizzati (Figura 4).

    Un grafico come questo da una prima analisi evidenzia che l’azienda è riuscita a rispettare gli obiettivi nei periodi così detti di morbida (cioè di bassa stagione) mentre evidentemente non è riuscita a spingere abbastanza nel momento cruciale dell’anno ovvero l’estate, infatti addirittura a Giugno il dato del 2007 è stato non solo più basso dell’obiettivo ma anche del 2006. Questo è un esempio semplice ed inventato e quindi non si hanno ulteriori elementi di analisi tuttavia riportato su un caso concreto, si dovrebbero analizzare tutte le cause che hanno creato questa situazione di cattiva performance e prendere i dovuti provvedimenti in prospettiva dell’anno seguente, ad esempio essere più aggressivi dal punto di vista commerciale (più investimenti in pubblicità, maggiori sconti nei periodi di punta, etc)
    Come è avvenuto nel capitolo precedente il primo grafico (figura 3) non consentiva di capire se l’azienda era andata bene o male. Il secondo invece (figura 4), da una fotografia più esaustiva dell’andamento. Come già fatto notare anche questo grafico poi dovrebbe essere accompagnato da una componente più qualitativa che spiega il motivo di questo andamento e ne da le soluzioni e azioni di miglioramento per il futuro (soprattutto quando si è incorso d’anno e non ad anno concluso).

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    La frontiera dell’innovazione spiegata in dieci minuti

    Ho trovato questo speech di Vito Di Bari all’Innovation forum 2008 veramente illuminante. Partendo dalla sua definizione di “2.0″, il prof. Di Bari lega insieme temi come la co-creazione, la wikinomics, le nanotecnologie, come fossero perline della stessa collana. Ma la cosa più interessante è che lo fa chiedendosi quale impatto e quali vantaggi possano avere per lo sviluppo delle aziende e del territorio in Italia. La risposta è nel video…

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    iTunes U: accanto alle pop star ci metto Shakespeare

    Cosa succederebbe se mentre organizzo una nuova playlist, accanto ai successi pop del momento il software mi proponesse una lezione universitaria sulla letteratura di Shakespeare, oppure un seminario sulla teoria dei quanti, o ancora un corso intero di economia e management o matematica, ingegneria. Bè, è quello che succede su iTunes, il popolare software di gestione integrata di mp3 di Apple, grazie alla sezione iTunes U, University appunto.

    Iniziata un pò per gioco, quando alla Apple provarono insieme alla Duke University a riprendere le lezioni trasformandole in webcast per la diffusione interna, oggi si contano oltre 50.000 contributi da tutte le più famose università americane, ciascuna con il proprio “canale media”. Compreso il MIT di Boston che è stato il first mover nella libera diffusione di conoscenza a fini pubblicitari con il progetto Opencourseware, che oggi si può trovare sempre su iTunes.

    Passata molto sotto silenzio (infatti anch’io, che utilizzo mac, non me ne ero accorto) questa feature ha fatto registrare un notevole gradimento anche da non studenti, coniugando sete di sapere e pura passione personale con flessibilità di utilizzo. Finalmente posso seguire un corso di Stanford senza essere in California, oppure mentre corro sulla spiaggia. Il successo è tale che le stesse università cominciano a prendere sul serio la cosa e a pianificare una presenza ancora più massiccia.

    Vorrei che questo, ovvero la messa in rete gratis delle lezioni, diventasse la regola per tutte le università anche da noi, favorendo una competizione basata finalmente sulla qualità dei contenuti.

    via Siliconvalley

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    The Social Banner: a casa d’altri si dicono cose interessanti…

    Gianluca di [Mini]Marketing propone un tema interessante: la teoria del banner sociale. Ovvero, sarebbe ora di provare a cambiare l’unico strumento di marketing online che è rimasto pressochè invariato negli ultimi dieci anni. Discussione molto interessante, sia in Italia sul sito di Gianluca che in USA grazie al post di Valeria Maltoni su Conversation Agent.

    Dico la mia: sono d’accordo con l’autore, vale la pena provare, il bottone “share” dovrebbe essere un must già oggi. Io provo disagio quando vedo un contenuto carino, video o anche semplice grafica, anche pubblicitario, di cui non possa ricavare il codice per l’embedding. Il banner penso resisterà, ma molto più contestualizzato e molto più simile ad una widget. Credo infine che formati tipo banner serviranno molto di più da rimando ai veri contenuti delle campagne, facendo da supporto a format come advergames e webisodes. Funzionano, permettono una interazione più completa, intrattengono, possono dare un ritorno informativo più completo, sono un modo per illustrare meglio le potenzialità del prodotto.

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    Mc Donald’s pianifica 20 nuove aperture in Cina

    La Cina è sempre di più al centro dei piani di espansione di molti brand globali. Questo sembra essere un momento molto propizio per annunciare iniziative ottenendo grande copertura mediatica, grazie all’avvicinarsi delle Olimpiadi. E così anche Mc Donald’s dichiara di aver pianificato 20 nuove aperture nei prossimi tre anni. Particolare curioso è che le aperture saranno concentrate nella provincia centrale di Chongqing, dove la Big M ha sperimentato la più alta crescita di fatturato (+30%) nell’ultimo anno.
    Costo dell’operazione: circa 15 milioni USD; Si cerca un fornitore locale di pane per far fronte alla mole di panini da vendere.
    Avanti il prossimo…

    via Planet Retail

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    L’Open Source spiegato con un video… muto!

    Rilancio da Think Creative, a sua volta ripreso da Videomarta, questo video dal gusto retrò sulla differenza tra Open Source e trusted computing. Esilarante, una chicca. Complimenti ai realizzatori e grazie Matteo.

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    Nike vs Adidas: Just do it compie 20 anni

    Quest’estate mi sto appassionando a vedere botta e risposta tra i due giganti dello sportswear, a pochissimo ormai dalle Olimpiadi di Pechino. E allora se Adidas aveva attaccato aprendo un mega outlet e conquistandosi la palma di sponsor ufficiale delle Olimpiadi, Nike ha in pentola una risposta adeguata, centrata su un compleanno importante. Infatti “just do it”, il famoso slogan del brand con lo swoosh compie vent’anni. Per celebrarlo è in atto una mega campagna dal titolo “Courage”, che esordirà con spot da 30″ e 60″ lanciati a partire dal prossimo 8 agosto (apertura dei Giochi). La campagna chiama a raccolta tutte le superstar che in questi venti anni hanno testimoniato per Nike la passione per lo sport, il coraggio di osare, lo spirito indomito di chi è un vincente… con uno splendido fotogramma finale con l’immagine di Pistorius mentre corre. Guarda il video, è davvero emozionante:

    Ma questo è solo l’inizio. Il 31 agosto, durante le Olimpiadi e a paralimpiadi appena iniziate, Nike organizzerà un evento unico nel suo genere: La Nike Plus Human Race. In 25 paesi, in contemporanea, runners di tutto il mondo potranno correre connettendosi in tempo reale grazie alla tecnologia Nike Plus.

    In conclusione ecco alcuni punti che mi sembrano rilevanti sulla strategia di Nike:

  • Creazione di programmi di marketing multicanale con elemento esperienziale in primo piano e forte integrazione on/off line;
  • Il brand si rivolge ad ogni singolo individuo (non gruppi), incitando ad emulare i propri idoli, coinvolgendo direttamente nella pratica sportiva;
  • Si cerca di riunire i singoli individui in una rete di praticanti, federandoli per tipologia di sport (calcio, running, ecc.), lasciando che possano interagire tra loro sia online (Nike Plus, il sito Courage, ecc.) che off line come nella maratona del 31 agosto prossimo.
  • Se Adidas è il brand istituzionale, Nike si propone come il brand degli sportivi, ponendo le basi per trasformare la customer base in uno sterminato social network sportivo.
  • Nike fa leva sulle emozioni e punta deciso sul social marketing. Come risponderà Adidas? Accetterà di adottare una strategia di social marketing o lascerà campo libero agli avversari? Vedremo, io intanto penso che trascurare la relazione diretta con i consumatori potrebbe rivelarsi per Adidas un errore imperdonabile.

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    Bright Solutions ed il nuovo distretto hi-tech del pavese

    Leggendo questo post di Laura Premoli su Enjoy the Market, per la serie pmi innovative crescono, ecco un bell’esempio di distretto innovativo, fondato su pmi capaci di conquistarsi mercato e leadership attraverso una tecnologia state-of-the-art. Una delle più rappresentative è la Bright Solutions, nata nel pavese da uno spin-off dell’Università di Pavia, leader nella produzione di diodi laser per applicazioni industriali, scientifiche e mediche.

    Gli ingredienti ci sono tutti: la collaborazione con una realtà universitaria, la creazione di una nuova impresa, la scelta di internazionalizzare attraverso una ben organizzata presenza all’estero, la scelta di rimanere in paese dando lavoro a giovani laureati.

    Ad ulteriore dimostrazione che questo è il modello vincente: pmi agili alla ricerca di mercati nuovi, meno di massa, capaci di creare un vantaggio competitivo attraverso lo sfruttamento delle eccellenze di ricerca che ci sono e sono tantissime, per fortuna.

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    Chain Change, contributi sul tema della “reinvenzione”

    Chain Change è la nuova iniziativa del progetto Y.O.C.-Year of Creativity, che AdmCom ha creato per stimolare ed esplorare le infinite potenzialità dell’energia creativa.
    Chain Change è un contenitore di contributi sul tema della “reinvenzione”: gesti, creazioni, azioni, in qualunque campo e di qualunque dimensione.
    L’idea di Chain Change è che il cambiamento parte da noi stessi ma diventa reale solo quando coinvolge gli altri.
    Così, ogni reinvenzione postata su Chain Change è il punto di partenza di altre inaspettate re-invenzioni proposte da altri e ispirate dalla prima.
    Per chi volesse partecipare ecco il contest, le regole del gioco ed i premi

    via Anna Torcoletti

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    Adidas apre a Pechino… riuscirà a spuntarla su Nike?

    Adidas, sponsor tecnico uficiale delle Olimpiadi di Pechino 2008, sta per inaugurare nella capitale del Celeste Impero un mega outlet di vetro e strisce - ovviamente - nel cuore del distretto dell’entertainment. Ma dietro c’è la battaglia strategica dell’anno: quella contro Nike, tutta incentrata sulla Cina, mercato in boom per i prodotti di massa dove lo sportswear può ottenere margini da noi ormai ricordo del passato.

    La Cina diventerà alla fine di quest’anno il secondo mercato globale per Adidas mentre per Nike è già il secondo mercato globale dalla fine del 2007, con fatturato pari a 1 miliardo di dollari stimato a fine 2008. Nike quindi è più avanti, ma questo è l’anno in cui l’offensiva di Adidas può culminare in un’inversione di tendenza.

    Leggi l’articolo su WSJ per i dettagli.

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    4 Strategie per il Social Web

    Larry Weber nel suo libro Marketing to Social Web individua 4 canali di marketing specifici per il Social Web, a cui associa altrettante strategie possibili. Vediamole:

  • The Reputation Aggregator Strategy: questa strategia risponde alla domanda “come mi comporto con i motori di ricerca?” ed aggiungo con tutti quei siti che fanno da gateway di contenuti verso la rete? Posso adottare tutti i trucchi del SEO per migliorare il posizionamento “naturale”, ovvero non favorito da spazi a pagamento; oppure posso “affittare” una cinquantina di parole chiave su google o yahoo per un certo periodo e conquistarmi così un pò di visibilità più velocemente. Oppure pianifico un mix di entrambe? Nel mondo non virtuale questo canale ha un approccio simile se ci pensi a quello degli elenchi, come pagine gialle, la guida monaci per il b2b, ecc. In questa strategia rientrano a mio avviso anche i siti di bookmarking come Digg, StumbleUpon, Reddit, ecc.
  • The Blog Strategy: Il Blog è assimilabile ad un quotidiano, per la freschezza dei contenuti, con possibilità estese anche ad altre forme oltre al testo, penso al podcast, ai video e alle immagini. L’obiettivo qui è creare una presenza web con contenuti rilevanti, interessanti, capaci di attrarre visitatori, nel tentativo di coinvolgerli in una discussione e creare i presupposti per una e-community fidelizzata. E’ quindi importante che chi fa un blog professionale abbia in mente un modello di organizzazione e produzione di contenuti simile alla redazione di un giornale. Anche in questa categoria, ma ovviamente ad un livello diverso, farei rientrare i servizi di microblogging come Twitter, di cronaca vissuta (ovviamente non vale il discorso sulla mini redazione).
  • The e-community Strategy: Qui il discorso si fa più sottile. Una e-community è un sito finalizzato ad aggregare persone intorno ad un brand, ad un prodotto specifico, ad un contenuto di tipo professionale molto specifico, ecc. Per questo motivo chi scrive è un professionista riconosciuto oppure un membro di una redazione chiusa. L’”uomo comune” può commentare, scrivere lettere alla redazione, ma non può postare. Ad esempio vedi la e-community legata alla rivista FastCompany, o i siti di approfondimento medico come DrKoop, ecc. Continuando il parallelo con i media tradizionali, sia per modello di business (iscrizione, sottoscrizione, abbonamento a pagamento,ecc.) che per profondità e qualità dei contenuti la e-community assomiglia ad un magazine, ovviamente multimediale. La domanda quindi è: alla nostra azienda può servire creare una o più community con dipendenti, fornitori, clienti e servirle con contenuti rilevanti senza diffondere troppi segreti? Ed i programmi di loyalty sono e-community? Di solito si anche se i più avanzati assomigliano sempre più a social network. Dipende da quanto controllo sull’informazione l’azienda è disposta a perdere.
  • The Social Network Strategy: Anche in questa opzione l’obiettivo è aggregare contatti, con la differenza che anzichè mettere esplicitamente al centro il prodotto o il brand ci si focalizza sulle persone, infatti si chiamano siti “people focused”, promuovendo persone in relazione ad uno specifico bisogno.

    L’altra grande differenza con la e-community è che nel social network i contenuti sono interamente generati dagli utenti ed ogni membro può contattare direttamente altri membri attraverso la stessa piattaforma. Per questo ma anche per le modalità di gestione ed animazione il social network assomiglia molto ad un circolo, un’associazione, un club, una lobby virtuale. E si presta davvero bene al discorso di organizzazione politica e democrazia (un pò più) diretta. Un luogo pubblico dove soddisfare il bisogno primario di presentarsi al mondo ed incontrare persone affini, entrando in contatto diretto e scambiando idee senza filtri sui contenuti. Facebook, MySpace, YouTube, MyBlogLog, ecc. si basano su questo.

    La comunicazione è quindi molto meno controllabile rispetto alla e-community o a blog, o qualsiasi altra cosa moderata. Se sono un’azienda non posso fare il social network del mio prodotto, sarebbe una e-community, ma potrei fare il social network relativo al bisogno che il mio prodotto esprime. Ad esempio nel settore medico è possibile un social network in cui ciascuno racconta la sua esperienza e la mette in comune, oppure se vendo palloni da calcio potrei fare il social network centrato sul calcio, dove chiunque esprime la propria opinione sul calcio o se vendo prodotti per neonati posso fare il social dove neo mamme raccontano la loro esperienze e in cui donne non legate all’azienda si scambiano informazioni. KLM ha fatto ClubChina e ClubAfrica basandosi sul bisogno dei propri clienti di entrare in contatto con persone con cui condividono gli stessi itinerari, lasciando che potessero conoscersi e scambiarsi consigli su posti, ristoranti, addirittura programmarsi il viaggio insieme. Ci sarebbero tanti esempi possibili ma mi fermo qui altrimenti riempio tutto il rullo…

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    L’analisi degli scostamenti: valori consuntivi VS valori previsionali/stimati

    L’analisi degli scostamenti può essere fatta tra valori consuntivi o tra valori previsionali (stime a finire).
    Se ad esempio vogliamo monitorare l’andamento di alcuni indicatori di performance settimanalmente potremo utilizzare sia i valori consuntivati di settimana in settimana sia delle stime a fine mese.
    - Nel primo caso per quanto riguarda i dati dell’anno in corso non sorge alcun problema, tuttavia occorrerà necessariamente prendere valori omogenei anche per l’anno precedente e gli obiettivi, utilizzando lo storico per il primo e procedendo ad una suddivisione per settimana per i secondi.
    - Nel secondo caso occorrerà fare una stima (il più accurata possibile) sulla base dei dati consuntivi a disposizione, calcolando un valore “a finire” del mese in corso. Il confronto verrà pertanto sempre fatto a periodo di riferimento concluso (chiusura mese anno in corso stimata Vs chiusura mese anno precedente consuntivo e obiettivo). Chiaramente a fronte di dati dell’anno precedente e dell’obiettivo definiti e costanti di settimana in settimana, la stima potrà subire delle modifiche mano a mano che aumentano i giorni consuntivati.

    Volendo individuare dei punti di forza e di debolezza possiamo dire che:

    Valori consuntivi
    - Principale punto d forza: utilizzo di valori certi in quanto consuntivati e nessun rischio di effettuare stime che possono portare ad analisi e conclusioni errate.
    - Principale punto di debolezza: il dato progressivo (giornaliero o settimanale) non tiene conto della stagionalità mensile (ad esempio giorni settimanali e week end) o di particolari eventi o festività che si devono ancora verificare (supponiamo di essere nel mese di Aprile e fare un confronto alla seconda settimane del mese. Supponendo inoltre che la Pasqua l’anno precedente si è verificata proprio nella seconda settimana mentre quest’anno si verifica nella terza, risulta evidente che un confronto tra consuntivi renderebbe alterato e poco significativo il confronto).

    Valori stimati/previsionali:
    i punti di forza e di debolezza si invertono rispetto al metodo precedente in quanto a fronte di valori che terranno conto delle stagionalità mensili, avremo sempre e comunque valori stimati e soggetti a possibili errori…

    I due metodi possono essere usati in alternativa l’uno all’altro o anche entrambi contemporaneamente…
    A mio avviso l’utilizzo di valori consuntivi può andare bene solo se si confrontano periodi perfettamente omogenei ma determinano anche la necessità di dover frazionare gli obiettivi (generalmente declinati solo in valori mensili) in sotto periodi.
    Il secondo metodo garantisce l’omogeneità del confronto ma bisogna essere molto bravi nel fare la stima.

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    Linking Business Development to Social Web

    Lasciamo stare per il momento la dimensione attuale o futura del fenomeno Social Web. Per capire cosa ci posso fare io, con questo oggetto, nella vita di tutti i giorni (lavorativi) mi serve collegare il Social Web al ciclo di vita del business, per capire quale strumento usare in ogni momento e perchè. Ovviamente questo è un tentativo, nulla che pretenda di essere esaustivo. Anzi se hai qualcosa da dire commenta pure…

    La definizione di Social Web che più mi sembra completa è questa qui di Larry Weber:

    The social web is the online place where people with common interests can gather to share toughts, comments, opinions. It includes social networks such as My Space, Facebook, LinkedIn, etc. It includes branded web destinations like Amazon and eBay. It includes enterprise sites such as IBM, Oracle, Cisco. The social web is a new world of unpaid media created by individuals or enterprises on the web.

    Quindi luogo di conversazione, di confronto, di lavoro di gruppo, di contenuti auto-generati dove far circolare opinioni ed idee in maniera più difficilmente controllabile e quindi più veritiera, trasparente, autorevole. Ma tutto questo chiacchiericcio può aiutare un’azienda?

    Forse, se fatto bene, cioè con stile e correttezza/attenzione alle persone, evitando raggiri e bugie. Prendiamo la classica curva del ciclo di vita del prodotto e “linkiamola” al social web. Verrebbe fuori qualcosa di simile forse a quello che vedi nella chart qui sotto.

    Nella fase dello sviluppo è importante ottenere i feedback sulle funzionalità del prodotto, ed è importante averli prima che la produzione sia messa a sistema, ingegnerizzata. Allora qui un blog, ma ancor di più forse wiki ed e-community a tema e protette sono strumenti utili per coinvolgere potenziali utilizzatori o clienti già acquisiti nello sviluppo del prodotto. La co-creazione come momento di confronto ed arricchimento del lavoro del team di progetto.

    Nella fase di introduzione sul mercato l’obiettivo può essere coinvolgere ed educare gli early adopters affinchè imparino ad usare al meglio il prodotto per poterlo “divulgare” col passaparola. Perciò strumenti “didattici” come podcast, webinar (seminari sul web con elementi di interattività), ma anche tutorial video, screencast, skypecast (cioè conference call via skype) sono particolarmente utili in questa fase.

    Nella fase di crescita l’obiettivo primario è garantire una esperienza positiva di acquisto, di utilizzo confidando molto sul problem solving. Quindi il customer support, finalizzato ad evitare che scappino via dopo la prima prova. Qui si inseriscono alla grande gli strumenti di loyalty 2.0, ovvero social network e tattiche per la prova prodotto, sia online che offline. Il tutto sapendo che l’aspetto più importante è risolvere il problema ad ogni cliente in maniera personalizzata, guadagnando la sua credibilità ed il suo “affetto”.

    Nella fase della maturità, l’obiettivo fondamentale è trattenere i clienti ed evitare il declino reclutandone di nuovi. Per fare questo il miglioramento dell’esperienza on/off line è fondamentale. Gli strumenti 2.0 sono quindi sostanzialmente gli stessi della fase precedente, opportunamente migliorati. La buona notizia però è che se sei arrivato fin qui probabilmente qualche soldino lo avrai guadagnato, quindi è il momento giusto per spendere qualcosa nel giocattolino che si chiama Digital Marketing e che comprende oggetti come webisodes (miniserie multimediali a tema), concorsi sul web, advergames (videogiochi promozionali), acquisto di spazi pubblicitari a pagamento, eventi di promozione dell’immagine, eventi in-store, tutta la retail experience possibile, ecc.

    Ovviamente il blog può essere usato in ogni fase, adattandolo agli obiettivi di ciascuna.

    Il Social Web è un’infrastruttura su cui circolano contenuti rilevanti, importanti per avvicinare l’azienda a clienti, dipendenti, azionisti, portatori di interessi. Sembra poco? Nell’epoca delle aziende “torri d’avorio” avulse da tutto e da tutti forse no.

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